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Pensiero e Spiritualità: Liberarsi dai tre veleni della mente, rabbia, desiderio e illusione

Pensiero e Spiritualità: Liberarsi dai tre veleni della mente, rabbia, desiderio e illusione

Pensiero e Spiritualità: Liberarsi dai tre veleni della mente, rabbia, desiderio e illusione

Ci facciamo accompagnare dal Dalai Lama, mentre in una conferenza a tema spiritualità, tenuta assieme a filosofi occidentali, cercano di definire in modo interculturale, quale sia la strada migliore per liberarsi dei “veleni” della mente. Queste conferenze si tennero nei primi anni 2000 e da allora sappiamo che il mondo esoterico è oramai diventato proprietario del concetto di “forme pensiero“, non così diffuso all’epoca, pertanto chiunque oggi conosce il significato di “forma pensiero“, sa che è impossibile fare confusione tra una azione del mio cervello ed una azione che arriva dall’esterno. Fatta questa debita premessa (l libro credo sia stato pubblicato nel 2003) il contenuto è davvero affascinante, anche se più dal punto di vista psicologico classico che esoterico spirituale.

Esordisce Daniel:

“Il mio maestro mi ha raccontato la storia di un capo guerriero del Tibet orientale che aveva rinunciato alle arti marziali e a tutte le cose mondane per andare in una caverna a meditare. Rimase in quel luogo per qualche anno. Un giorno numerosi piccioni si posarono davanti alla caverna e lui diede loro dei semi. ma mentre guardava quella schiera di volatili gli vennero in mente le legioni di cui era stato al comando, e quel pensiero gli portò alla mente le sue spedizioni- così gli tornò la rabbia contro i vecchi nemici. Ben presto la mente gli si riempì di quei ricordi, tanto che il capo guerriero ridiscese a valle, ritrovò i suoi vecchi compagni e ripartì per la guerra!”

Questo è un esempio di come un piccolo pensiero possa diventare un’ ossessione a tutti gli effetti, una nuvoletta bianca che si gonfia fino a diventare incombente, scura, percorsa da fulmini. Come si affrontano cose del genere?  Quando parliamo di meditazione, il termine tibetano corrispondente significa in realtà “familiarizzazione”. Dobbiamo familiarizzarci con un modo nuovo di affrontare l’insorgere dei pensieri. All’inizio, quando sorge un pensiero di rabbia, di desiderio o di gelosia, non siamo preparati ad affrontarlo. Nel giro di qualche secondo quel pensiero ne ha già fatto insorgere un secondo e poi un terzo, tanto che il nostro paesaggio mentale si ritrova ben presto invaso da pensieri che solidificano la rabbia e la gelosia e a questo punto ormai è tardi. siamo nei guai, come quando un’ unica scintilla fa bruciare un’ intera foresta.

L’intervento più rudimentale consiste nell’ “osservare” il pensiero. Quando insorge, lo si osserva fino a coglierne la fonte. Bisogna indagare sulla natura di quel pensiero apparentemente così solido. Mentre lo osserviamo la sua solidità apparente si scioglie, tanto che esso sparirà senza dare origine a una catena di altri pensieri. Non bisogna tentare di bloccare l’insorgere dei pensieri, il che è comunque impossibile, non bisogna permettere loro di invadere il cervello. Dobbiamo farlo più e più volte poichè non siamo abituati ad affrontare i pensieri in quel modo. Siamo come un foglio di carta tenuto a lungo arrotolato. Se cerchiamo di allargarlo sul tavolo, tornerà ad arrotolarsi appena lo lasciamo andare. è qui che entra in gioco l’addestramento.

«C’è un detto secondo il quale “Il vero segno della conoscenza consiste nell’aver sottoposto la
propria mente alla disciplina, liberandola dalle emozioni negative”. Ecco, noi seguiamo questa linea
di pensiero. Non vogliamo compiere nulla di straordinario ο miracoloso.»
Dalai Lama
Quando ti sarai abituato, il processo dell’affrontare i pensieri diventa molto più naturale. Non dovrai lottare e applicare antidoti specifici a ogni pensiero negativo, perché saprai come farlo svanire senza che lasci traccia. I pensieri si slegano. L’esempio è quello di un serpente. Se ha per caso fatto un nodo con il proprio corpo, può scioglierlo senza sforzo, senza alcun bisogno di aiuto esterno. Giungerà infine il momento in cui i pensieri andranno e verranno come un uccello che attraversa il cielo senza lasciare traccia. L’altro esempio è quello di un ladro che entra in una casa vuota. Il proprietario non ha nulla da perdere e il ladro nulla da guadagnare.
Questa è un’esperienza di libertà, non si diventa affatto apatici come vegetali, si conquista il dominio dei propri pensieri. Non riusciranno più a menarti per il naso. Questo può avvenire soltanto con un addestramento intensivo e un’esperienza vera.
In questo modo si possono anche sviluppare gradualmente certe qualità che diventeranno una seconda natura, un secondo temperamento. Facciamo un esempio a proposito della compassione. Patrul Rimpoche era un grande eremita che visse nel XIX secolo. Una volta disse a uno dei suoi discepoli di andare in una caverna a meditare per sei mesi, senza pensare ad altro che alla compassione. All’inizio il sentimento di compassione per tutti gli esseri è forzatamente intenzionale, artificioso. Poi la mente si permea gradualmente di compassione, che finisce per albergarvi senza richiedere alcuno sforzo.
I media sono il secondo responsabile nella creazione del senso di colpa, il primo per il senso di inadeguatezza.

Forme pensiero

“Passati sei mesi il meditatore, seduto all’imboccatura della caverna, vide passare giù nella valle un cavaliere solitario che cantava. lo yogi ebbe una premonizione chiara, una forte sensazione che quell’uomo sarebbe morto nel giro di una settimana. Poi il contrasto tra la visione di quell’uomo che cantava spensierato e l’improvvisa intuizione lo rese assolutamente triste, facendogli ricordare l’esistenza condizionata, quella che i buddisti chiamano samsara. In quel momento la sua mente fu pervasa da una compassione sincera e immensa che non scomparve più. Era diventata una seconda sua natura, e questo è il vero significato della meditazione. Fu la vista di quell’uomo a fare da molla, ma l’elemento essenziale era stata la precedente familiarizzazione. Quell’incidente non avrebbe avuto lo stesso effetto se quell’uomo non avesse trascorso i sei mesi precedenti immerso nella compassione.”

Stiamo parlando di come aiutare la società. Se aspiriamo a darle un contributo, affinché si apra a una nuova visione delle cose, dobbiamo cominciare da noi stessi. Dobbiamo decidere di trasformarci e ciò può avvenire soltanto con l’addestramento, non con idee effimere.

” Per tutta la durata del discorso di Daniel il Dalai Lama era rimasto assorto, leggermente sbilanciato in avanti. Alla fine si tolse gli occhiali e in tono assolutamente sincero disse:

“Benissimo, splendido”.

Ci sentiamo alle 10,

ogni mattina.



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